
Non con la forza, ma con le procedure. Non con l'arbitrio, ma con parole apparentemente neutre, tecniche, rassicuranti. È in questi momenti che il cittadino distratto rischia di non accorgersi di ciò che sta davvero accadendo.
La riforma costituzionale della giustizia oggi sottoposta a referendum appartiene a questa categoria. Non è il contenuto a preoccupare per primo, ma il metodo.
Il Ministro della Giustizia ha definito questa riforma "inemendabile" fin dalla sua presentazione. Una parola non certo "neutra". La Costituzione italiana non conosce testi sacri calati dall'alto, ma solo leggi perfettibili, democraticamente discusse, attraversate dal conflitto delle idee. Dichiarare una riforma costituzionale non modificabile equivale a dire al Parlamento: non pensate, ratificate. È un cambio di postura prima ancora che di regole. E' un deciso NO al dialogo democratico.
E qui il diritto incontra la psicologia del potere.
Ogni potere che si percepisce fragile tende a irrigidirsi; ogni potere che non tollera il limite comincia a considerare il confronto come un fastidio. Il Parlamento, da luogo del dissenso regolato, diventa così un passaggio formale, un corridoio obbligato. Non più spazio, ma procedura.
Eppure, proprio il procedimento rafforzato previsto dall'articolo 138 della Costituzione nasce per una ragione profonda: ricordare a chi governa che la Carta non è una proprietà temporanea, ma una eredità comune.
Ma venendo al concreto, la blindatura del testo ha prodotto un effetto paradossale: errori evidenti sono rimasti tali, non per impossibilità tecnica, ma per scelta politica. L'esempio più significativo riguarda l'Alta Corte disciplinare, che potrà decidere della carriera e della vita professionale dei magistrati senza possibilità di ricorso in Cassazione. Nessun controllo di legittimità, nessuna garanzia ultima contro l'errore di diritto. Un vulnus che avrebbe potuto essere corretto in sede parlamentare - se solo il confronto non fosse stato considerato un fastidio da evitare.
Ma la domanda più scomoda resta un'altra: perché una riforma costituzionale così incisiva nasce per risolvere un problema che, nei numeri, quasi non esiste"
La separazione delle carriere, nei fatti, è già realtà da decenni. I passaggi di funzione sono residuali, statisticamente irrilevanti. E allora perché riscrivere la Costituzione per poche decine di casi l'anno" Quando la sproporzione tra mezzo e fine è così evidente, è lecito sospettare che la finalità dichiarata non sia quella reale.
Nel frattempo, i problemi che i cittadini conoscono bene restano lì, intatti: processi interminabili, uffici sotto organico, strutture indegne, lavoratori precari che tengono in piedi il sistema e vengono lasciati nell'incertezza. Una riforma della Giustizia che non incide su nulla di tutto questo somiglia più a un gesto simbolico che a una soluzione. E i gesti simbolici, in politica, servono spesso a segnare il territorio, non a migliorarlo.
Inserita nel quadro più ampio di riforme costituzionali a cui si è messo mano in questi ultimi anni, questa riforma disegna una traiettoria riconoscibile: rafforzare l'esecutivo, ridurre i contrappesi, rendere più faticoso il controllo. Non è un colpo di mano, ma una lenta inclinazione del piano democratico. E come ogni piano inclinato, all'inizio sembra innocuo.
E allora oggi non serve preoccuparsi del merito, oggi serve vigilare sul rispetto dei principi democratici. E vigilare significa anche saper dire no se si è messa in discussione la democrazia. Non si tratta di conservatorismo, ma di fedeltà a un'idea esigente di democrazia. Significa ricordare che nelle istituzioni il metodo non è solo un dettaglio, ma il primo contenuto politico.
Per questo il NO a questa riforma non è un rifiuto del cambiamento. È un rifiuto dell'arroganza procedurale, della fretta costituzionale, dell'idea che il dissenso sia un intralcio e non una risorsa. È un NO che non difende una categoria, ma un principio: la Costituzione e la democrazia vanno sempre difese. E difendere, a volte, significa anche fermarsi.

